“Questo corpo è una prigione, non mi appartiene”: il caso di Genny

“Questo corpo è una prigione, non mi appartiene”: il caso di Genny

Abstract del commento a un caso clinico di Maria Bonadies (Direttore Scientifico LYR), inserito all’interno del fascicolo 3/2019 della Rivista PSICOBIETTIVO Franco Angeli, dedicato interamente al tema dell’Identità di Genere.

In questo articolo l’autrice propone una lettura psicoanalitica del caso di Genny. L’autrice partirà da alcune riflessioni teoriche ed esplorative contestualizzate al periodo adolescenziale, epoca di esordio della sintomatologia psicopatologica di G., per provare a scendere più a fondo, attraverso l’uso delle immagini e delle fantasie inconsce, e contattare alcune trame psicologiche e relazionali più precoci della storia di G. che possano aver influenzato il rapporto con il suo corpo e la formazione della sua identità. Mettere a fuoco il ruolo delle fantasie inconsce consente all’analista di cogliere la complessità delle interazioni tra psiche, soma e cultura, e rappresenta un passaggio fondamentale perché il paziente possa integrare la sua Ombra, intesa come le parti scisse, pericolose, rifiutate della propria persona. L’autrice sottolinea come l’ascolto analitico junghiano possa accogliere la piena sofferenza di un paziente portatore di un “trauma grave di genere”, dar voce alle sue ferite più profonde, in particolare quelle della disforia legata al corpo, e accompagnarlo nel percorso di scoperta del proprio vero Sé. Il percorso di individuazione, obiettivo finale dell’analisi junghiana, sottende la scoperta e la creazione di un modello di identità dialogica, molteplice e per questo unica. Tale visione è particolarmente feconda nell’analisi con pazienti come G. che nella propria esperienza di vita si sono scontrati con una violenta concezione dicotomica del genere e con la costante dolorosa contrapposizione tra la realtà esterna e l’esperienza interna che li ha spinti ad oscurare e proteggere la parte più autentica di sé in una zona inaccessibile a sé stessi e agli altri.

Parole chiave:
• disturbo dell’identità di genere
• disforia di genere
• trauma grave di genere
• corpo
• complesso materno
• individuazione

Per leggere interamente il contributo è possibile consultare: 

– il sito di FrancoAngeli Editore:
https://www.francoangeli.it/riviste/Sommario.aspxIDRivista=120

– o la pagina Facebook:
https://www.facebook.com/Psicobiettivo-La-Redazione215948118853819/

L’immagine corredata è tratta dal libro “Storia di Giulia che aveva un’ombra da bambino.

La vergogna nella relazione terapeutica con pazienti LGBT

La vergogna nella relazione terapeutica con pazienti LGBT

Articolo presentato da Antonino Firetto (Presidente LYR) presso l’Associazione AIPA (Associazione Italiana di Psicologia Analitica Junghiana) di Roma il 2 maggio 2013.

LGBT è un acronimo usato sin dagli anni 90 dalla maggior parte delle comunità e dei centri omosessuali e viene usato per riferirsi a persone Lesbiche, Gay, Bisessuali, Transessuali (1).

Nell’incontro di stasera vorrei focalizzare il tema dell’emozione della vergogna nell’ambito della relazione tra terapeuta e paziente omosessuale.

L’ipotesi che propongo è questa: se nella relazione terapeutica l’analista deve avere sempre una particolare attenzione a tutte le emozioni che sono in gioco durante l’interazione, ciò vale ancor più quando incontra pazienti LGBT, per i quali deve avere ancor più la capacità di restituire con il timing giusto l’emozione della vergogna, che è connessa alla costruzione sia del processo terapeutico sia all’identità del paziente.

Perché questa emozione è così importante nella terapia con pazienti omosessuali?

Per tracciare un itinerario coerente bisognerebbe un po’ tornare indietro e indagare sul ruolo delle emozioni nello sviluppo del processo terapeutico. Poiché questo è un compito che esula dall’incontro di questa sera, vorrei proporre invece alla vostra attenzione il ruolo che questa emozione (la vergogna) può esercitare nell’inibire o nel favorire il processo di avanzamento terapeutico.

Inizierei questa breve riflessione distinguendo il concetto di “vergogna” da quello di “colpa”.

Seguirò la tesi di J. Lichtenberg, che in una conferenza tenutasi a Roma nel 2006 dal titolo “La sensualità e la sessualità attraverso il confine della vergogna” cita altri autori (Fergusson, Stegge e Damhuis, 1991) i quali sostengono che già i bambini più piccoli dai cinque ai nove anni possono esprimere sia sentimenti di colpa sia di vergogna.

Sentimenti di colpa emergono dalla violazione di norme morali e generano desiderio di fare ammenda.

Sentimenti di vergogna sono il risultato di imbarazzo sociale e trasgressioni morali: nei bambini più piccoli, il corpo esprime la vergogna con l’arrossire, il sentirsi ridicolo e un desiderio di fuga; negli adolescenti la vergogna è invece espressa dalla sensazione di sentirsi stupidi, impacciati, ridicoli, incapaci di fare le cose giuste al momento opportuno, essere troppo timidi nell’approccio con il sesso opposto o anche dello stesso sesso.

La vergogna è un’emozione sociale che ha una serie di effetti che servono al monitoraggio dell’iniziativa e al controllo dell’interesse/eccitamento (arousal). Ad esempio, una madre che proibisce duramente un’iniziativa del bambino legata al gioco, o al maneggiare oggetti, o all’interesse del piccolo verso il corpo della madre ricevendo sensazioni di sensualità e tenerezza, ha l’effetto sul bambino di generare vergogna e rabbia e umiliazione (ibidem).

Lichtenberg afferma che tra “sensualità” e “sessualità” vi sia un collegamento molto stretto. Il sistema motivazionale sensuale-sessuale si articola lungo un continuum e considera lo sviluppo della sensualità come propedeutico allo sviluppo di una sana sessualità. Nella sensualità sono connesse delle piacevoli sensazioni corporee condivise con un altro che guarda (rispecchia), come partecipante o testimone dell’attività in modo benevolo. Essa implica anche che il bambino possa vivere con il proprio corpo sia nel gioco sia nel rapporto con gli altri un’attività sensuale piacevole, perché qualcuno ha implicitamente comunicato approvazione per questo suo stato del sé. La sensualità nasce dal corpo e attraverso il corpo e tramite un’elaborazione simbolica può in seguito essere immaginata, fantasticata o sognata.

Secondo Lichtenberg, per il bambino e per l’adolescente la “sessualità” è un insieme che combina un desiderio basato su una memoria di una precedente sensazione piacevole con un’autorità che piuttosto che rispecchiare, condividere e regolare in modo confortevole il flusso dello stimolo, ne proibisce il suo soddisfacimento” (ibidem); ad esempio quando la madre impedisce al bambino più grandicello di giocare con i seni di lei.

L’autore adotta la prospettiva di Fonagy (2001; 2006), in altre parole la teoria del rispecchiamento, per comprendere una sessualità validata nel sé oppure una sessualità alienata dal sé del bambino e dell’adolescente.

Lichtenberg cita i lavori di Tomkins (1987) e Lewis (1992) che hanno trattato il ruolo della vergogna come regolatore o inibitore dei comportamenti nel bambino.

Tomkins la considera un “affetto innato presente fin dall’infanzia che si attiva quando un’esperienza di interesse-eccitamento o godimento incontra un ostacolo che la smorza senza eliminare il desiderio e il godimento” di essa. La vergogna, nell’ipotesi di Tomkins, è una componente frequente dell’esperienza e si può collocare anche nel periodo pre-verbale.

In molte situazioni di gioco interattivo con il caregiver, l’eccitamento (arousal) e la gioia possono variare secondo il grado di partecipazione di entrambi e del loro reciproco godimento. Una partecipazione dei genitori nel nutrimento, nel contatto sociale o nel gioco con i giocattoli o l’esperienza dell’essere cullati, sosterrà l’interesse del bambino. Quando una di queste attività è interrotta, genera un’intensa risposta avversiva con protesta e rabbia nel tentativo di riprendere l’esperienza piacevole. Si sperimentano segnali evidenti – ad esempio un cambiamento nella postura, un abbassamento degli occhi – che secondo l’autore esprimono l’affetto della vergogna e della vergogna tristezza.

A differenza di Tomkins, Lewis sostiene che la vergogna emerge come risposta affettiva di bambini in età verbale dai diciotto ai ventiquattro mesi, i quali sono capaci di riconoscere il punto di vista dell’altro su di loro e quindi percepire se stessi similarmente.

Il successo o il fallimento in relazione all’adeguarsi a regole e a obiettivi fornisce un segnale al sé. Questo segnale influenza il soggetto e consente alla sua mente di iniziare un processo di valutazione. L’auto attribuzione che ne scaturisce determina la natura dell’emozione risultante, cioè la vergogna.

Seguendo i due autori, Lichtenberg propone una griglia evolutiva dell’emozione della vergogna che a mio parere può essere utile per comprendere come questo tema sia profondamente connesso nella terapia con pazienti portatori di “minority stress” (cfr. Lingiardi e Nardelli, 2007).

Egli afferma che:

1. La vergogna è un’esperienza presente sin dalla nascita e diventa riflessiva e auto attributiva dopo i diciotto mesi;
2. La vergogna è un importante promotore del processo di socializzazione e di acculturazione dei bambini durante il periodo in cui il senso di sé si sta formando. Essa non è elemento patologico in sé. Quello che diventa un sistema patologico è la vulnerabilità del bambino alla frequenza e alla rigidità con cui i caregiver limitano la sua vitalità e al tempo in cui il bambino rimane imprigionato in questo stato di vergogna senza che possa trovare attraverso l’altro una capacità di autoregolarla in maniera positiva;
3. La sessualità è vissuta inevitabilmente con una qualità conflittuale tra il desiderio di sperimentare sensazioni piacevoli e il rifiuto delle stesse;
4. L’equilibrio tra convalida e vergogna vissuto nel periodo pre-verbale e verbale influenzerà l’attività mentale non conscia e conscia unitamente alla qualità e alla forma della simbolizzazione sia della sensualità sia della sessualità.

In questo schema Lichtenberg, ricordando che queste interazioni sono sempre di natura bidirezionale e co-costruite, traccia una linea evolutiva della vergogna collegata al sistema motivazionale sensuale-sessuale e anche a quello esplorativo.

Aggiungerei che, a mio avviso, il sistema motivazionale sensuale-sessuale associato all’esperienza della vergogna è altresì strettamente connesso sia al sistema di attaccamento, sia a quello intersoggettivo (cfr. Stern, 2004). Tali sistemi si sviluppano e potenziano vicendevolmente nel rapporto con il caregiver.

Messa a fuoco la differenza tra vergogna e colpa, Lichtenberg si spinge a prendere in analisi un’altra importante emozione, quella del sentimento del “disgusto” e di “repulsione” che molti pazienti evocano nell’analista attraverso la descrizione delle loro esperienze sessuali: quelle che egli chiama esperienza del “bleah!”.

Affrontiamo quindi il tema della vergogna dissociata, molto rilevante nella relazione terapeutica con pazienti LGBT, in quanto l’analista deve rintracciare dentro di sé le parti dissociate o piene di vergogna che hanno a che vedere con i contenuti sessuali evocati dal paziente.

L’autore riporta il sogno di un paziente gay in cui il terapeuta veniva identificato come un “fist fucker”, ovvero un uomo che ficca con forza il suo pugno nel sedere del suo partner. L’analista riflette sul senso di disgusto dall’immaginare quella scena in cui veniva identificato in colui che praticava questa condotta sessuale. Sia lui sia il paziente, che tra l’altro era in una fase evolutiva della terapia e impegnato in una relazione di coppia, non fecero grandi passi in relazione a questo sogno.

Dopo un po’ il paziente chiese all’analista se aveva dei pregiudizi intorno alle condotte dei gay. Lichtenberg con onestà affettiva incominciò a ricordare tutta una serie di episodi in cui fu coinvolto durante l’adolescenza e la giovinezza con omosessuali, sia giovani artisti con i quali condivideva l’università sia omosessuali che lo avevano “approcciato” durante il servizio militare in Marina.

Consapevole dei suoi principi liberali, Lichtenberg aveva pensato di aver superato questo tema ancorandolo a una razionale accettazione del suo paziente. Ma a un’attenta riflessione e introspezione, aveva rintracciato i sentimenti di repulsione, disgusto e vergogna, che l’interazione col suo paziente aveva rievocato. Rivedendo quindi l’immagine del sogno relativa a quella “disgustosa” condotta sessuale, riuscì a rintracciare dentro di sé l’origine del suo pregiudizio contro gli omosessuali e infine gli apparve chiaro che il paziente lo percepiva, nel transfert, come il padre che lo aveva rifiutato al momento in cui aveva svelato ai genitori il suo orientamento sessuale.

Questo sogno e questa onesta interazione che l’autore fornisce relativamente al disgusto in terapia mi suggeriscono un collegamento al lavoro della filosofa statunitense Martha Nusbaum la quale, in un testo originale dal titolo “Disgusto e umanità” (Milano 2011), avanza la tesi che all’origine del rifiuto della condotta dei gay vi sia un sentimento “naturale” che viene evocato dalle condotte sessuali delle persone LGBT che lei identifica nel disgusto.

Nell’introduzione al testo di Nusbaum, Lingiardi (2011) sostiene che “l’interiorizzazione dello stigma sessuale infesta spesso la psiche delle persone omosessuali, generando: auto disprezzo, sensazione strisciante di non avere le carte in regola, vergogna. L’omofobia interiorizzata riguarda innanzitutto la concezione del sé, al punto che può iniziare a svilupparsi prima ancora che il soggetto diventi consapevole della propria sessualità. Incomincia con la sensazione di essere diverso, ma di una diversità sbagliata, da mantenere segreta, perché al contrario della “diversità” etnica e religiosa, quando si rientra a casa non si è come la propria famiglia, come la propria comunità”.

Lingiardi sostiene che l’omofobia interiorizzata rappresenta la dimensione più soggettiva del minority stress. Le altre due importanti componenti sono lo stigma percepito e le esperienze vissute di discriminazione e violenza. Inoltre, a suo avviso, un crescente numero di ricerche individua nei pregiudizi e nelle discriminazioni fattori rilevanti e misurabili di stress. Pertanto, lo
sviluppo psicologico di molti omosessuali è soggetto a questi fattori e rimane “segnato” da stress cumulativo e continuativo macro e micro traumatico, conseguenza di ambienti ostili o indifferenti (Ibidem).

Sulla base di quanto finora esposto, evidenzierei quanto il tema della vergogna riguardi tutti i soggetti che partecipano alla relazione terapeutica. Aggiungo che l’alleanza di lavoro è favorita da fattori terapeutici come l’empatia, la sintonizzazione, il rispecchiamento, che agevolano l’esplorazione delle emozioni di vergogna e disgusto.

Condivido la posizione di Lichtenberg di collegare l’emozione della vergogna all’incapacità del caregiver di permettere al bambino un’esperienza intersoggettiva vitalizzante. Genitori freddi nella relazione e rigidi nelle proprie convinzioni morali e/o religiose, sono portati a scoraggiare tutte quelle esperienze vitali che il bambino sperimenta nel contatto intersoggettivo sia sensuale sia sessuale durante l’infanzia e l’adolescenza.

Immaginiamo un adolescente che scopre il proprio orientamento LGBT in una famiglia che rifiuta tale identità. È chiaro come la vergogna sia un’emozione distruttiva nella mente del ragazzo: la mancata elaborazione con un adulto accogliente o in un gruppo di pari inclusivo in questi casi sovente ha come conseguenza comportamenti autodistruttivi o, peggio, condotte suicidarie.

Dal punto di vista evolutivo, la mia proposta è di riconoscere la vergogna come emozione basilare che può generare, quando non è rispecchiata e riparata con un gesto di tenerezza empatico, un sentimento di invalidazione del sé che può essere percepito nel sé come una sensazione di disgusto, di disprezzo e di autoumiliazione.

Bromberg sostiene (“Destare il sognatore”, 2009) che la vergogna è l’elemento centrale nella relazione terapeutica con i suoi pazienti: il compito del terapeuta consiste nel riconoscere questa emozione e integrarla nella relazione terapeutica per evitare la ritraumatizzazione della persona. La mancata responsività paterna o materna ad alcuni aspetti autentici del sé del bambino, ovvero un ritiro dal contatto autentico, porta quest’ultimo a sperimentare una parte di sé come non gradevole per una persona amata e quindi senza alcuna esistenza relazionale quale parte di un “me”.

Questo mancato riconoscimento porta a una dissociazione strutturale di una parte del sé la quale, se coinvolge un’ampia parte del sé, comprometterà il processo di attaccamento e influirà sulla capacità di autoregolazione tra bambino e caregiver. Bromberg definisce questo come trauma evolutivo o relazionale. È la vergogna dissociata dei genitori generata dalla loro stessa esperienza di sé compromessa che rende difficile il riconoscimento delle qualità del bambino che il genitore ha misconosciuto in se stesso (Ibidem 2009). Quando il genitore dissocia la sua vergogna al punto tale da precludere la sua capacità di trarre piacere dall’interazione con il bambino, si ha un danno evolutivo molto grande. Questo mancato riconoscimento rappresenta un atto traumatico molto più debilitante di un genitore che abusa attivamente il bambino (Ibidem 2009).

Egli afferma che: “se l’altro disconferma in modo sistematico lo stato mentale del bambino, specialmente nei momenti di intensa attivazione, comportandosi come se il significato dell’esperienza fosse irrilevante per il bambino, egli cresce diffidando della realtà della sua esperienza. Risulta così compromessa la sua capacità di elaborare cognitivamente i propri stati mentali carichi di significati affettivi in un contesto interpersonale, di riflettere su di essi, tollerarli come stati di conflitto intrapsichico e quindi riconoscerli come propri. La dissociazione, la disconnessione della mente dallo psiche-soma diventa quindi la soluzione più adattiva per preservare il sé. Il bisogno del bambino di un riconoscimento amorevole è vissuto come qualcosa di spregevole e carico di vergogna. Tale bisogno diventa un aspetto dissociato “non me” del sé che, quando attivato, libera non solo la fame non soddisfatta di responsività autentica ma anche uno straripamento di vergogna, l’affetto associato al fallimento in ciò che si è, non al fallimento in ciò che si fa. Il fallimento in ciò che si fa conduce all’ansia e a bassa autostima oppure a colpa e depressione, ma il fallimento in ciò che si è conduce alla vergogna, il segnale di un’imminente destabilizzazione del sé, il terrore di non essere più “me” (Ibidem 2009)”.

Bromberg cita anche Donald Fridley, che riconosce (Ibidem 2009, cit pag 147) che il diretto diniego, disconoscimento o rifiuto degli stati emotivi del bambino contribuisce alla confusione, alla vergogna, al senso di mancanza di valore del bambino; essi hanno sul suo futuro uguale o maggiore impatto del trauma fisico.

Ho riportato questa citazione per collegare il tema della vergogna allo sviluppo dell’identità.

La mia tesi è quella di esplorare, nell’ambito della relazione terapeutica, questa emozione così fondamentale per lo sviluppo armonico, piuttosto che distonico, dell’identità LGBT. A mio parere è essenziale che il terapeuta abbia cura a prestare attenzione ai segnali che il proprio corpo registra collegati alle emozioni che vengono generate durante la relazione terapeutica. Secondo alcuni autori (Allan Schore, 2008, 2010; D. Stern, 2005; The Boston Group, 2012) la comunicazione in terapia avviene a livello implicito, soprattutto tra l’emisfero destro del paziente e quello dell’analista, quindi in maniera del tutto inconsapevole e non cosciente; tuttavia, a un’attenta auto esplorazione, è possibile rintracciare nel corpo gli effetti di tale comunicazione.

Nel contesto relazionale intersoggettivo tra paziente e analista fenomeni di disorientamento, confusione, sonnolenza, potrebbero essere collegati a intensi affetti dissociati provati dal paziente e vissuti inconsapevolmente dall’analista quando si stanno riattivando traumi relazionali subìti dal paziente nel passato o sul presente della relazione.

In questi casi a mio parere non è necessario interpretare, in senso classico, quello che sta accadendo nella relazione terapeutica, perché spesso nella mente dell’analista tale attivazione genera in lui stesso intensi sentimenti di dolore, paura, vergogna, disgusto, per i fatti raccontati dal paziente.

Mi sembra importante invece garantire un’attenta presenza agli stati del sé che si manifestano nella relazione intersoggettiva. In questi casi, affetti non regolati diventano tra paziente e terapeuta potenti siluri che esplodono nella mente e nel corpo del terapeuta.

L’analista ha quindi due strade: la prima di dissociarsi e non accogliere i sentimenti e le emozioni che l’interazione in quel momento sta suscitando; l’altra è quella di prestare “attenzione” a quello che sta accadendo nel “qui e ora”, non già al contenuto della comunicazione, ma al modo in cui tale comunicazione avviene e di accostarsi al paziente nel massimo rispetto, rimodulando la comunicazione in maniera affettuosa e tenera per permettergli di rispecchiarsi in maniera positiva.

Talvolta un silenzio accogliente, uno sguardo amorevole, un gesto affettuoso come versare dell’acqua e chiedere al paziente se la vuole anch’egli, sono fondamentali per evitare che la dissociazione si impadronisca di entrambi portando alla rottura del legame terapeutico.

Note:
(1) Per informazioni più dettagliate sull’acronimo cfr. https://it.wikipedia.org/wiki/LGBT

Parole chiave:
• vergogna
• colpa
• sensualità
• sessualità
• disgusto
• repulsione
• omofobia interiorizzata
• stigma
• violenza

BIBLIOGRAFIA

Bromberg, P. M. (2009) “Destare il sognatore – percorsi clinici”, trad. it. Raffaello Cortina, Milano
2009.

Ferguson, T., Stegge, H.,Damhuis, I. (1991) “Children’s understanding of guilt and shame” – Child
Development, 62: pp. 827-839.

Fonagy, P., Target, M. (2001) “Attaccamento e funzione riflessiva”, trad. it. Raffaello Cortina, Milano 2001.

Fonagy, P. (2006) “A genuinely developmental theory of sexual enjoyment and its implications for psychoanalytic technique” – Plenary Address, Amer. Psa. Assn. Meeting, Jan 27.

Lichtenberg, J. (2006) “La sensualità e la sessualità attraverso il confine della vergogna”, trad. it. Di Pinato, M., Rogers, S., Mundo, E. – Giornata di Studio con Joseph Licthenberg, ISIPSE, Roma 1 aprile 2006.

Lingiardi, V., Nardelli, N. (2007) “Spazio Zero. Minority stress e identità omosessuali”, Carocci Editore, Roma.

Nusbaum, M. C. (2011) “Disgusto e umanità”, trad. it. Il saggiatore, Milano 2011.

Stern D.N., (2004) “Il momento presente: in psicoterapia e nella vita quotidiana”, trad. it. Raffaello Cortina, Milano 2005.

Schore A., N., (2008) “La regolazione degli affetti e la riparazione del sé”, trad. it. Astrolabio Ubaldini, Roma.

Schore A., N., (2010) “I disturbi del sé e la disregolazione degli affetti”, trad. it. Astrolabio Ubaldini, Roma.

The Boston Change Process Study Group, (2012) “Il cambiamento in psicoterapia” trad. it. Raffaello Cortina, Milano 2012.