“Questo corpo è una prigione, non mi appartiene”: il caso di Genny

“Questo corpo è una prigione, non mi appartiene”: il caso di Genny

Abstract del commento a un caso clinico di Maria Bonadies (Direttore Scientifico LYR), inserito all’interno del fascicolo 3/2019 della Rivista PSICOBIETTIVO Franco Angeli, dedicato interamente al tema dell’Identità di Genere.

In questo articolo l’autrice propone una lettura psicoanalitica del caso di Genny. L’autrice partirà da alcune riflessioni teoriche ed esplorative contestualizzate al periodo adolescenziale, epoca di esordio della sintomatologia psicopatologica di G., per provare a scendere più a fondo, attraverso l’uso delle immagini e delle fantasie inconsce, e contattare alcune trame psicologiche e relazionali più precoci della storia di G. che possano aver influenzato il rapporto con il suo corpo e la formazione della sua identità. Mettere a fuoco il ruolo delle fantasie inconsce consente all’analista di cogliere la complessità delle interazioni tra psiche, soma e cultura, e rappresenta un passaggio fondamentale perché il paziente possa integrare la sua Ombra, intesa come le parti scisse, pericolose, rifiutate della propria persona. L’autrice sottolinea come l’ascolto analitico junghiano possa accogliere la piena sofferenza di un paziente portatore di un “trauma grave di genere”, dar voce alle sue ferite più profonde, in particolare quelle della disforia legata al corpo, e accompagnarlo nel percorso di scoperta del proprio vero Sé. Il percorso di individuazione, obiettivo finale dell’analisi junghiana, sottende la scoperta e la creazione di un modello di identità dialogica, molteplice e per questo unica. Tale visione è particolarmente feconda nell’analisi con pazienti come G. che nella propria esperienza di vita si sono scontrati con una violenta concezione dicotomica del genere e con la costante dolorosa contrapposizione tra la realtà esterna e l’esperienza interna che li ha spinti ad oscurare e proteggere la parte più autentica di sé in una zona inaccessibile a sé stessi e agli altri.

Parole chiave:
• disturbo dell’identità di genere
• disforia di genere
• trauma grave di genere
• corpo
• complesso materno
• individuazione

Per leggere interamente il contributo è possibile consultare:

– il sito di FrancoAngeli Editore:
https://www.francoangeli.it/riviste/Sommario.aspxIDRivista=120

– o la pagina Facebook:
https://www.facebook.com/Psicobiettivo-La-Redazione215948118853819/

L’immagine corredata è tratta dal libro “Storia di Giulia che aveva un’ombra da bambino.

La vergogna nella relazione terapeutica con pazienti LGBT

La vergogna nella relazione terapeutica con pazienti LGBT

Articolo presentato da Antonino Firetto (Presidente LYR) all’Associazione AIPA (Associazione Italiana di Psicologia Analitica Junghiana) di Roma il 2 maggio 2013.

LGBT è un acronimo usato sin dagli anni 90 dalla maggior parte delle comunità e dei centri omosessuali e viene usato per riferirsi a persone Lesbiche, Gay, Bisessuali, Transessuali (1).

Nell’incontro di stasera vorrei focalizzare il tema dell’emozione della vergogna nell’ambito della relazione tra terapeuta e paziente omosessuale.

L’ipotesi che propongo è questa: se nella relazione terapeutica l’analista deve avere sempre una particolare attenzione a tutte le emozioni che sono in gioco durante l’interazione, ciò vale ancor più quando incontra pazienti LGBT, per i quali deve avere ancor più la capacità di restituire con il timing giusto l’emozione della vergogna, che è connessa alla costruzione sia del processo terapeutico sia all’identità del paziente.

Perché questa emozione è così importante nella terapia con pazienti omosessuali?

Per tracciare un itinerario coerente bisognerebbe un po’ tornare indietro e indagare sul ruolo delle emozioni nello sviluppo del processo terapeutico. Poiché questo è un compito che esula dall’incontro di questa sera, vorrei proporre invece alla vostra attenzione il ruolo che questa emozione (la vergogna) può esercitare nell’inibire o nel favorire il processo di avanzamento terapeutico.

Inizierei questa breve riflessione distinguendo il concetto di “vergogna” da quello di “colpa”.

Seguirò la tesi di J. Lichtenberg, che in una conferenza tenutasi a Roma nel 2006 dal titolo “La sensualità e la sessualità attraverso il confine della vergogna” cita altri autori (Fergusson, Stegge e Damhuis, 1991) i quali sostengono che già i bambini più piccoli dai cinque ai nove anni possono esprimere sia sentimenti di colpa sia di vergogna.

Sentimenti di colpa emergono dalla violazione di norme morali e generano desiderio di fare ammenda.

Sentimenti di vergogna sono il risultato di imbarazzo sociale e trasgressioni morali: nei bambini più piccoli, il corpo esprime la vergogna con l’arrossire, il sentirsi ridicolo e un desiderio di fuga; negli adolescenti la vergogna è invece espressa dalla sensazione di sentirsi stupidi, impacciati, ridicoli, incapaci di fare le cose giuste al momento opportuno, essere troppo timidi nell’approccio con il sesso opposto o anche dello stesso sesso.

La vergogna è un’emozione sociale che ha una serie di effetti che servono al monitoraggio dell’iniziativa e al controllo dell’interesse/eccitamento (arousal). Ad esempio, una madre che proibisce duramente un’iniziativa del bambino legata al gioco, o al maneggiare oggetti, o all’interesse del piccolo verso il corpo della madre ricevendo sensazioni di sensualità e tenerezza, ha l’effetto sul bambino di generare vergogna e rabbia e umiliazione (ibidem).

Lichtenberg afferma che tra “sensualità” e “sessualità” vi sia un collegamento molto stretto. Il sistema motivazionale sensuale-sessuale si articola lungo un continuum e considera lo sviluppo della sensualità come propedeutico allo sviluppo di una sana sessualità. Nella sensualità sono connesse delle piacevoli sensazioni corporee condivise con un altro che guarda (rispecchia), come partecipante o testimone dell’attività in modo benevolo. Essa implica anche che il bambino possa vivere con il proprio corpo sia nel gioco sia nel rapporto con gli altri un’attività sensuale piacevole, perché qualcuno ha implicitamente comunicato approvazione per questo suo stato del sé. La sensualità nasce dal corpo e attraverso il corpo e tramite un’elaborazione simbolica può in seguito essere immaginata, fantasticata o sognata.

Secondo Lichtenberg, per il bambino e per l’adolescente la “sessualità” è un insieme che combina un desiderio basato su una memoria di una precedente sensazione piacevole con un’autorità che piuttosto che rispecchiare, condividere e regolare in modo confortevole il flusso dello stimolo, ne proibisce il suo soddisfacimento” (ibidem); ad esempio quando la madre impedisce al bambino più grandicello di giocare con i seni di lei.

L’autore adotta la prospettiva di Fonagy (2001; 2006), in altre parole la teoria del rispecchiamento, per comprendere una sessualità validata nel sé oppure una sessualità alienata dal sé del bambino e dell’adolescente.

Lichtenberg cita i lavori di Tomkins (1987) e Lewis (1992) che hanno trattato il ruolo della vergogna come regolatore o inibitore dei comportamenti nel bambino.

Tomkins la considera un “affetto innato presente fin dall’infanzia che si attiva quando un’esperienza di interesse-eccitamento o godimento incontra un ostacolo che la smorza senza eliminare il desiderio e il godimento” di essa. La vergogna, nell’ipotesi di Tomkins, è una componente frequente dell’esperienza e si può collocare anche nel periodo pre-verbale.

In molte situazioni di gioco interattivo con il caregiver, l’eccitamento (arousal) e la gioia possono variare secondo il grado di partecipazione di entrambi e del loro reciproco godimento. Una partecipazione dei genitori nel nutrimento, nel contatto sociale o nel gioco con i giocattoli o l’esperienza dell’essere cullati, sosterrà l’interesse del bambino. Quando una di queste attività è interrotta, genera un’intensa risposta avversiva con protesta e rabbia nel tentativo di riprendere l’esperienza piacevole. Si sperimentano segnali evidenti – ad esempio un cambiamento nella postura, un abbassamento degli occhi – che secondo l’autore esprimono l’affetto della vergogna e della vergogna tristezza.

A differenza di Tomkins, Lewis sostiene che la vergogna emerge come risposta affettiva di bambini in età verbale dai diciotto ai ventiquattro mesi, i quali sono capaci di riconoscere il punto di vista dell’altro su di loro e quindi percepire se stessi similarmente.

Il successo o il fallimento in relazione all’adeguarsi a regole e a obiettivi fornisce un segnale al sé. Questo segnale influenza il soggetto e consente alla sua mente di iniziare un processo di valutazione. L’auto attribuzione che ne scaturisce determina la natura dell’emozione risultante, cioè la vergogna.

Seguendo i due autori, Lichtenberg propone una griglia evolutiva dell’emozione della vergogna che a mio parere può essere utile per comprendere come questo tema sia profondamente connesso nella terapia con pazienti portatori di “minority stress” (cfr. Lingiardi e Nardelli, 2007).

Egli afferma che:

1. La vergogna è un’esperienza presente sin dalla nascita e diventa riflessiva e auto attributiva dopo i diciotto mesi;
2. La vergogna è un importante promotore del processo di socializzazione e di acculturazione dei bambini durante il periodo in cui il senso di sé si sta formando. Essa non è elemento patologico in sé. Quello che diventa un sistema patologico è la vulnerabilità del bambino alla frequenza e alla rigidità con cui i caregiver limitano la sua vitalità e al tempo in cui il bambino rimane imprigionato in questo stato di vergogna senza che possa trovare attraverso l’altro una capacità di autoregolarla in maniera positiva;
3. La sessualità è vissuta inevitabilmente con una qualità conflittuale tra il desiderio di sperimentare sensazioni piacevoli e il rifiuto delle stesse;
4. L’equilibrio tra convalida e vergogna vissuto nel periodo pre-verbale e verbale influenzerà l’attività mentale non conscia e conscia unitamente alla qualità e alla forma della simbolizzazione sia della sensualità sia della sessualità.

In questo schema Lichtenberg, ricordando che queste interazioni sono sempre di natura bidirezionale e co-costruite, traccia una linea evolutiva della vergogna collegata al sistema motivazionale sensuale-sessuale e anche a quello esplorativo.

Aggiungerei che, a mio avviso, il sistema motivazionale sensuale-sessuale associato all’esperienza della vergogna è altresì strettamente connesso sia al sistema di attaccamento, sia a quello intersoggettivo (cfr. Stern, 2004). Tali sistemi si sviluppano e potenziano vicendevolmente nel rapporto con il caregiver.

Messa a fuoco la differenza tra vergogna e colpa, Lichtenberg si spinge a prendere in analisi un’altra importante emozione, quella del sentimento del “disgusto” e di “repulsione” che molti pazienti evocano nell’analista attraverso la descrizione delle loro esperienze sessuali: quelle che egli chiama esperienza del “bleah!”.

Affrontiamo quindi il tema della vergogna dissociata, molto rilevante nella relazione terapeutica con pazienti LGBT, in quanto l’analista deve rintracciare dentro di sé le parti dissociate o piene di vergogna che hanno a che vedere con i contenuti sessuali evocati dal paziente.

L’autore riporta il sogno di un paziente gay in cui il terapeuta veniva identificato come un “fist fucker”, ovvero un uomo che ficca con forza il suo pugno nel sedere del suo partner. L’analista riflette sul senso di disgusto dall’immaginare quella scena in cui veniva identificato in colui che praticava questa condotta sessuale. Sia lui sia il paziente, che tra l’altro era in una fase evolutiva della terapia e impegnato in una relazione di coppia, non fecero grandi passi in relazione a questo sogno.

Dopo un po’ il paziente chiese all’analista se aveva dei pregiudizi intorno alle condotte dei gay. Lichtenberg con onestà affettiva incominciò a ricordare tutta una serie di episodi in cui fu coinvolto durante l’adolescenza e la giovinezza con omosessuali, sia giovani artisti con i quali condivideva l’università sia omosessuali che lo avevano “approcciato” durante il servizio militare in Marina.

Consapevole dei suoi principi liberali, Lichtenberg aveva pensato di aver superato questo tema ancorandolo a una razionale accettazione del suo paziente. Ma a un’attenta riflessione e introspezione, aveva rintracciato i sentimenti di repulsione, disgusto e vergogna, che l’interazione col suo paziente aveva rievocato. Rivedendo quindi l’immagine del sogno relativa a quella “disgustosa” condotta sessuale, riuscì a rintracciare dentro di sé l’origine del suo pregiudizio contro gli omosessuali e infine gli apparve chiaro che il paziente lo percepiva, nel transfert, come il padre che lo aveva rifiutato al momento in cui aveva svelato ai genitori il suo orientamento sessuale.

Questo sogno e questa onesta interazione che l’autore fornisce relativamente al disgusto in terapia mi suggeriscono un collegamento al lavoro della filosofa statunitense Martha Nusbaum la quale, in un testo originale dal titolo “Disgusto e umanità” (Milano 2011), avanza la tesi che all’origine del rifiuto della condotta dei gay vi sia un sentimento “naturale” che viene evocato dalle condotte sessuali delle persone LGBT che lei identifica nel disgusto.

Nell’introduzione al testo di Nusbaum, Lingiardi (2011) sostiene che “l’interiorizzazione dello stigma sessuale infesta spesso la psiche delle persone omosessuali, generando: auto disprezzo, sensazione strisciante di non avere le carte in regola, vergogna. L’omofobia interiorizzata riguarda innanzitutto la concezione del sé, al punto che può iniziare a svilupparsi prima ancora che il soggetto diventi consapevole della propria sessualità. Incomincia con la sensazione di essere diverso, ma di una diversità sbagliata, da mantenere segreta, perché al contrario della “diversità” etnica e religiosa, quando si rientra a casa non si è come la propria famiglia, come la propria comunità”.

Lingiardi sostiene che l’omofobia interiorizzata rappresenta la dimensione più soggettiva del minority stress. Le altre due importanti componenti sono lo stigma percepito e le esperienze vissute di discriminazione e violenza. Inoltre, a suo avviso, un crescente numero di ricerche individua nei pregiudizi e nelle discriminazioni fattori rilevanti e misurabili di stress. Pertanto, lo
sviluppo psicologico di molti omosessuali è soggetto a questi fattori e rimane “segnato” da stress cumulativo e continuativo macro e micro traumatico, conseguenza di ambienti ostili o indifferenti (Ibidem).

Sulla base di quanto finora esposto, evidenzierei quanto il tema della vergogna riguardi tutti i soggetti che partecipano alla relazione terapeutica. Aggiungo che l’alleanza di lavoro è favorita da fattori terapeutici come l’empatia, la sintonizzazione, il rispecchiamento, che agevolano l’esplorazione delle emozioni di vergogna e disgusto.

Condivido la posizione di Lichtenberg di collegare l’emozione della vergogna all’incapacità del caregiver di permettere al bambino un’esperienza intersoggettiva vitalizzante. Genitori freddi nella relazione e rigidi nelle proprie convinzioni morali e/o religiose, sono portati a scoraggiare tutte quelle esperienze vitali che il bambino sperimenta nel contatto intersoggettivo sia sensuale sia sessuale durante l’infanzia e l’adolescenza.

Immaginiamo un adolescente che scopre il proprio orientamento LGBT in una famiglia che rifiuta tale identità. È chiaro come la vergogna sia un’emozione distruttiva nella mente del ragazzo: la mancata elaborazione con un adulto accogliente o in un gruppo di pari inclusivo in questi casi sovente ha come conseguenza comportamenti autodistruttivi o, peggio, condotte suicidarie.

Dal punto di vista evolutivo, la mia proposta è di riconoscere la vergogna come emozione basilare che può generare, quando non è rispecchiata e riparata con un gesto di tenerezza empatico, un sentimento di invalidazione del sé che può essere percepito nel sé come una sensazione di disgusto, di disprezzo e di autoumiliazione.

Bromberg sostiene (“Destare il sognatore”, 2009) che la vergogna è l’elemento centrale nella relazione terapeutica con i suoi pazienti: il compito del terapeuta consiste nel riconoscere questa emozione e integrarla nella relazione terapeutica per evitare la ritraumatizzazione della persona. La mancata responsività paterna o materna ad alcuni aspetti autentici del sé del bambino, ovvero un ritiro dal contatto autentico, porta quest’ultimo a sperimentare una parte di sé come non gradevole per una persona amata e quindi senza alcuna esistenza relazionale quale parte di un “me”.

Questo mancato riconoscimento porta a una dissociazione strutturale di una parte del sé la quale, se coinvolge un’ampia parte del sé, comprometterà il processo di attaccamento e influirà sulla capacità di autoregolazione tra bambino e caregiver. Bromberg definisce questo come trauma evolutivo o relazionale. È la vergogna dissociata dei genitori generata dalla loro stessa esperienza di sé compromessa che rende difficile il riconoscimento delle qualità del bambino che il genitore ha misconosciuto in se stesso (Ibidem 2009). Quando il genitore dissocia la sua vergogna al punto tale da precludere la sua capacità di trarre piacere dall’interazione con il bambino, si ha un danno evolutivo molto grande. Questo mancato riconoscimento rappresenta un atto traumatico molto più debilitante di un genitore che abusa attivamente il bambino (Ibidem 2009).

Egli afferma che: “se l’altro disconferma in modo sistematico lo stato mentale del bambino, specialmente nei momenti di intensa attivazione, comportandosi come se il significato dell’esperienza fosse irrilevante per il bambino, egli cresce diffidando della realtà della sua esperienza. Risulta così compromessa la sua capacità di elaborare cognitivamente i propri stati mentali carichi di significati affettivi in un contesto interpersonale, di riflettere su di essi, tollerarli come stati di conflitto intrapsichico e quindi riconoscerli come propri. La dissociazione, la disconnessione della mente dallo psiche-soma diventa quindi la soluzione più adattiva per preservare il sé. Il bisogno del bambino di un riconoscimento amorevole è vissuto come qualcosa di spregevole e carico di vergogna. Tale bisogno diventa un aspetto dissociato “non me” del sé che, quando attivato, libera non solo la fame non soddisfatta di responsività autentica ma anche uno straripamento di vergogna, l’affetto associato al fallimento in ciò che si è, non al fallimento in ciò che si fa. Il fallimento in ciò che si fa conduce all’ansia e a bassa autostima oppure a colpa e depressione, ma il fallimento in ciò che si è conduce alla vergogna, il segnale di un’imminente destabilizzazione del sé, il terrore di non essere più “me” (Ibidem 2009)”.

Bromberg cita anche Donald Fridley, che riconosce (Ibidem 2009, cit pag 147) che il diretto diniego, disconoscimento o rifiuto degli stati emotivi del bambino contribuisce alla confusione, alla vergogna, al senso di mancanza di valore del bambino; essi hanno sul suo futuro uguale o maggiore impatto del trauma fisico.

Ho riportato questa citazione per collegare il tema della vergogna allo sviluppo dell’identità.

La mia tesi è quella di esplorare, nell’ambito della relazione terapeutica, questa emozione così fondamentale per lo sviluppo armonico, piuttosto che distonico, dell’identità LGBT. A mio parere è essenziale che il terapeuta abbia cura a prestare attenzione ai segnali che il proprio corpo registra collegati alle emozioni che vengono generate durante la relazione terapeutica. Secondo alcuni autori (Allan Schore, 2008, 2010; D. Stern, 2005; The Boston Group, 2012) la comunicazione in terapia avviene a livello implicito, soprattutto tra l’emisfero destro del paziente e quello dell’analista, quindi in maniera del tutto inconsapevole e non cosciente; tuttavia, a un’attenta auto esplorazione, è possibile rintracciare nel corpo gli effetti di tale comunicazione.

Nel contesto relazionale intersoggettivo tra paziente e analista fenomeni di disorientamento, confusione, sonnolenza, potrebbero essere collegati a intensi affetti dissociati provati dal paziente e vissuti inconsapevolmente dall’analista quando si stanno riattivando traumi relazionali subìti dal paziente nel passato o sul presente della relazione.

In questi casi a mio parere non è necessario interpretare, in senso classico, quello che sta accadendo nella relazione terapeutica, perché spesso nella mente dell’analista tale attivazione genera in lui stesso intensi sentimenti di dolore, paura, vergogna, disgusto, per i fatti raccontati dal paziente.

Mi sembra importante invece garantire un’attenta presenza agli stati del sé che si manifestano nella relazione intersoggettiva. In questi casi, affetti non regolati diventano tra paziente e terapeuta potenti siluri che esplodono nella mente e nel corpo del terapeuta.

L’analista ha quindi due strade: la prima di dissociarsi e non accogliere i sentimenti e le emozioni che l’interazione in quel momento sta suscitando; l’altra è quella di prestare “attenzione” a quello che sta accadendo nel “qui e ora”, non già al contenuto della comunicazione, ma al modo in cui tale comunicazione avviene e di accostarsi al paziente nel massimo rispetto, rimodulando la comunicazione in maniera affettuosa e tenera per permettergli di rispecchiarsi in maniera positiva.

Talvolta un silenzio accogliente, uno sguardo amorevole, un gesto affettuoso come versare dell’acqua e chiedere al paziente se la vuole anch’egli, sono fondamentali per evitare che la dissociazione si impadronisca di entrambi portando alla rottura del legame terapeutico.

Note:
(1) Per informazioni più dettagliate sull’acronimo cfr. https://it.wikipedia.org/wiki/LGBT

Parole chiave:
• vergogna
• colpa
• sensualità
• sessualità
• disgusto
• repulsione
• omofobia interiorizzata
• stigma
• violenza

BIBLIOGRAFIA

Bromberg, P. M. (2009) “Destare il sognatore – percorsi clinici”, trad. it. Raffaello Cortina, Milano
2009.

Ferguson, T., Stegge, H.,Damhuis, I. (1991) “Children’s understanding of guilt and shame” – Child
Development, 62: pp. 827-839.

Fonagy, P., Target, M. (2001) “Attaccamento e funzione riflessiva”, trad. it. Raffaello Cortina, Milano 2001.

Fonagy, P. (2006) “A genuinely developmental theory of sexual enjoyment and its implications for psychoanalytic technique” – Plenary Address, Amer. Psa. Assn. Meeting, Jan 27.

Lichtenberg, J. (2006) “La sensualità e la sessualità attraverso il confine della vergogna”, trad. it. Di Pinato, M., Rogers, S., Mundo, E. – Giornata di Studio con Joseph Licthenberg, ISIPSE, Roma 1 aprile 2006.

Lingiardi, V., Nardelli, N. (2007) “Spazio Zero. Minority stress e identità omosessuali”, Carocci Editore, Roma.

Nusbaum, M. C. (2011) “Disgusto e umanità”, trad. it. Il saggiatore, Milano 2011.

Stern D.N., (2004) “Il momento presente: in psicoterapia e nella vita quotidiana”, trad. it. Raffaello Cortina, Milano 2005.

Schore A., N., (2008) “La regolazione degli affetti e la riparazione del sé”, trad. it. Astrolabio Ubaldini, Roma.

Schore A., N., (2010) “I disturbi del sé e la disregolazione degli affetti”, trad. it. Astrolabio Ubaldini, Roma.

The Boston Change Process Study Group, (2012) “Il cambiamento in psicoterapia” trad. it. Raffaello Cortina, Milano 2012.

La Self – Disclosure del Terapeuta Omosessuale  con un Paziente Omosessuale: Un Caso Clinico

La Self – Disclosure del Terapeuta Omosessuale con un Paziente Omosessuale: Un Caso Clinico

Articolo scientifico scritto da Antonino Firetto, pubblicato nella rubrica “Casi clinici” della rivista Psicoterapia e Scienze Umane, 2011, XLV, 4: 564-573.

Riassunto. Questo lavoro ha lo scopo di esaminare la self-disclosure dell’orientamento sessuale del terapeuta con un paziente omosessuale e i suoi effetti sul legame terapeutico. Attraverso il caso clinico si evidenzierà il ruolo che essa ha nel mantenere il legame empatico con il paziente. Infine si mostrerà come la self-disclosure del terapeuta rientri pienamente tra gli “strumenti” a disposizione dell’analista – insieme a sogni, sintomi, libere associazioni – per realizzare l’esplorazione terapeutica.

Caso clinico

Scopo del presente lavoro è quello di illustrare, attraverso un esempio clinico, gli effetti del timing della self-disclosure sul processo terapeutico secondo la prospettiva della psicoanalisi relazionale.

Il paziente, Sebastiano, ha trenta anni. È sacerdote e omosessuale.

Prima della consultazione con me, al paziente era stato proposto, dal suo consigliere spirituale, un terapeuta dichiaratamente cattolico. Tale indicazione era stata data al paziente in risposta a una crisi di tipo vocazionale, che generava un conflitto con il suo ruolo di sacerdote e che la terapia avrebbe aiutato a sciogliere. Il paziente rifiutò questa proposta in quanto sentiva il bisogno di essere compreso come individuo sofferente e in maniera “obiettiva”. Aveva paura che il terapeuta “connotato in senso religioso” non fosse in grado di capirlo pienamente, ma che analizzasse il suo problema allo scopo esclusivo di risolvere la “crisi religiosa” che stava vivendo.

Sebastiano proviene da una famiglia meridionale della piccola borghesia rurale. È il secondo di quattro figli, ha un fratello più piccolo e due sorelle, un maggiore e una minore. Racconta che la nonna materna è morta mentre sua madre era incinta di lui al quarto mese e dice di avere “assorbito tutta questa atmosfera depressiva” già durante la gravidanza della madre. Il nonno materno alla sua nascita era in prigione, condannato all’ergastolo per omicidio. La madre, donna estremamente autoritaria e manipolatoria, intuendo l’omosessualità del figlio lo spinge a intraprendere una strada che possa salvaguardare la reputazione della famiglia rispetto ai parenti e al contesto sociale. Così, quando al termine dell’adolescenza Sebastiano decide di entrare in seminario, lei non manifesta alcuna contrarietà. Un modo, questo, per tenerlo sempre accanto senza la vergogna sociale di avere un figlio “diverso”.

Dai ricordi della sua infanzia emerge che il padre, viste le difficoltà economiche, lasciò la famiglia per andare in Belgio a trovare lavoro per mantenerla. Sebastiano ne parla con rabbia, dicendo che “per vari motivi lui si è fatto un’altra famiglia all’estero, avendo anche una figlia”, pur non essendone certo. Rammenta che, di rientro dall’estero, quando lui aveva circa otto anni, il padre spesso si ubriacava e aveva scoppi di violenza nei suoi confronti con percosse senza motivo. Sebastiano racconta che il padre non ha mai avuto nei suoi confronti un gesto di tenerezza, o di affetto, o d’incoraggiamento. Il ricordo del padre è quindi pieno di rabbia e disprezzo oppure di difensiva finta indifferenza.

Sebastiano andava molto bene a scuola e sfortunatamente questo aspetto, invece di essere utilizzato come una qualità, era spesso fonte di conflitti con i suoi coetanei. Lo schernivano, dandogli del ‘secchione’ e del ‘finocchio’ e lo disprezzavano per la sua diversità.

Fin dai primi incontri, Sebastiano mi riferisce che il suo disagio deriva dal non sapersi relazionare con gli altri. Ritiene che tutta la sua vita sia stata un fallimento e crede che i suoi problemi scaturiscano non solo dalla sua omosessualità, ma soprattutto dalla sua infanzia. In questa prima affermazione vi è l’implicito riconoscimento che il suo problema riguarda la sfera dell’identità e non solo quello dell’accettazione dell’orientamento sessuale.

All’inizio della terapia ha un progetto, quello di laurearsi in Giurisprudenza, facoltà cui si è iscritto quasi per sfida, perché difficile, ma senza vera passione per gli studi giuridici. In effetti dopo dieci anni non ha completato gli esami.

Nei primi colloqui di accoglienza lo lascio libero di aderire alla terapia, manifesto un prudente interesse nei suoi confronti dicendogli che al termine dei colloqui esplorativi avremmo valutato insieme la possibilità di iniziare la psicoterapia.

Nel primo periodo di lavoro terapeutico, il paziente manifesta una grave sofferenza psichica con aggressioni sia verso il sé, sia verso il terapeuta. Talvolta afferma: “non sono capace di nulla, la mia vita è un disastro, in realtà io mi sento superiore a tutti gli altri che non hanno cultura e li disprezzo”. Cerca di stabilire delle relazioni interpersonali che si risolvono con sistematici conflitti, fraintendimenti e successive rotture traumatiche, che generano in lui intense emozioni di rabbia e disprezzo verso se stesso e verso il mondo.

Sin dall’inizio, mi sembra di trovarmi davanti a una persona con una difficoltà nella regolazione delle emozioni (B. Beebe, F. M. Lachmann 2002): frequentemente durante il colloquio si alternano, in maniera inconsapevole per il paziente, emozioni depressive e maniacali. Sebastiano mi rivela che talvolta, quando si sente solo e avvilito, pensa al suicidio, quasi come sfida verso il mondo che non è stato in grado di accoglierlo.

Nei primi otto mesi di sedute, Sebastiano mi parla della sua esperienza di religioso e dei conflitti che ha con i suoi superiori. Il circolo comunicativo si ripete a ogni incontro. Si sente poco considerato, poco amato e si dà un gran da fare in comunità per farsi stimare per il lavoro svolto. Mi racconta che, se qualcuno si avvicina a lui per esprimergli dei complimenti, la reazione è di gelo e rabbia, si sente deriso e risponde con sarcasmo, lasciando gli interlocutori sorpresi e irritati. Le sedute sono un racconto giornalistico tra il disperato e il sarcastico, in attesa di conoscere il mio parere, per poi sistematicamente demolirlo. Spesso viene in seduta dopo aver conosciuto un partner, facendomi un resoconto della situazione e osservando che è solo interessato al sesso perché affettivamente non prova nulla. Dice che non sono in grado di capire le sfumature della sua sofferenza perché il suo è un mondo molto “diverso dal normale”.

I suoi sogni sono pieni di rabbia inespressa e spesso confusi, non li ricorda se non per frammenti.

Dopo diversi mesi, nonostante il mio tentativo di stargli vicino emotivamente e di parare i suoi attacchi, mi rendo conto che con Sebastiano la situazione terapeutica non procede. Apparentemente sembra tutto in ordine, il paziente si presenta regolarmente e con puntualità una volta la settimana, parliamo della sua vita presente e passata. Tuttavia, dopo ogni colloquio, Sebastiano va via con un senso di scetticismo e di svalutazione, sia per le interpretazioni date, sia perché non gli sono simpatico. Anzi mi comunica che gli sono stato antipatico fin dal nostro primo incontro.

A ripensarci, forse Sebastiano aveva ragione. In maniera presuntuosa, avevo pensato di comprenderlo in virtù del mio conoscere il mio orientamento sessuale e la mia identità sul tema “omosessualità”, senza che mi esponessi affatto nei suoi confronti. Talvolta riuscivo a essere empatico e vicino al suo vissuto di sofferenza inespressa che generava pensieri autodistruttivi. Talaltra lo sentivo noioso ed estraneo, quasi inaccessibile.

Mi viene in mente un’ipotesi: forse uno dei conflitti di Sebastiano è tra la sua vera identità di omosessuale e il suo ruolo di prete che gliela “nasconde”, sente questo conflitto come irriducibile. A causa di esso si sente pieno d’odio per il mondo, in quanto percepisce che aderire al suo “vero sé” è una condizione di sofferenza rispetto al ruolo imposto dall’appartenenza alla comunità religiosa.

Il timing della self-disclosure

Dopo le vacanze e con qualche difficoltà Sebastiano ha ripreso la terapia, manifestando perplessità perché non ha soldi e deve trovare un lavoro per continuare a pagare le sedute.

Tutte le opportunità di lavoro che gli si offrono vengono da lui regolarmente sabotate, perché vive i contesti lavorativi con molta ambivalenza e non riesce a instaurare una relazionalità positiva con i datori di lavoro. Talvolta, in diverse sedute, manifesta la possibilità di lasciarsi andare alle sue tendenze distruttive e passive, rifiutando i lavori che gli capitano, o non cercandone alcuno.

Durante gli incontri chiede spesso, in maniera ossessiva e provocatoria, le mie opinioni su temi inerenti la sessualità, l’orientamento sessuale degli analisti nonché sulle mie capacità di comprendere pazienti gay. A seguito del mio tentativo di rimanere in una posizione di relativa neutralità nei confronti di queste domande, il paziente manifesta a volte l’intenzione di lasciare la terapia, esprimendo scetticismo sulla capacità del terapeuta di accoglierlo nella sua condizione di “diversità”. Il paziente quindi, in questa fase della terapia, interpreta tale neutralità come un ennesimo rifiuto della sua condizione di “diverso”.

Questo momento rappresenta una situazione di rottura con il paziente. Va evidenziato che mentre da un lato egli leggeva la mia titubanza a parlare dei temi proposti come un rifiuto, dall’altro io temevo che spostarmi dalla mia consueta posizione di accettazione e neutralità, rivelando il mio orientamento sessuale, potesse essere interpretato da Sebastiano come un tentativo di seduzione collusiva (Roccato, 1989). Già in passato infatti, quando il paziente mi parlava delle sue avventure sessuali, avvertivo che nella comunicazione uno degli scopi principali era sedurmi e provocare una mia reazione. Il mio non reagire a queste provocazioni rispondendo direttamente alle sue domande, ma cercando insieme di analizzare il significato aggressivo contenuto nel tono della voce e nei gesti, era collegato al bisogno costante di conferma del Sé sofferente del paziente, che temevo di ferire. Queste reticenze venivano inevitabilmente interpretate come una mancanza di empatia e di vicinanza nei suoi confronti: egli diceva che ero poco interessato a comprendere la sua vicenda personale e poco disponibile all’interazione su alcuni temi, quali quelli della sessualità. La mia difficoltà era quella di inserire un tema (la self-disclosure dell’orientamento sessuale) che non sapevo se il paziente sarebbe stato in grado di accogliere, e farlo diventare un argomento analitico.

In questa fase mi interrogavo se egli avesse percepito il mio orientamento sessuale che io non svelavo, fedele alla regola dell’accettazione neutrale. È questo il momento più difficile per il legame terapeutico.

In questo contesto ho ripensato, come sostiene Bromberg (1998; 2006), che la comunicazione implicita non svelata, se da una parte aveva il senso di mantenere nel paziente un gradiente di angoscia minimo per continuare l’esplorazione senza invasioni di contenuti personali del terapeuta; dall’altra, nel dialogo terapeutico, era percepita e interpretata dal paziente come una mancata accettazione empatica della sua diversità.

Il momento della self- disclosure

Dopo qualche seduta in cui lo avevo incoraggiato a laurearsi, un giorno ricevo un SMS in cui Sebastiano mi annuncia che intende lasciare la terapia. Aggiunge che io c’entravo poco, e che tale decisione dipendeva dalla gravità della sua sofferenza, non curabile dalla terapia. Nel messaggio mi comunica di non preoccuparmi per l’onorario perché sarebbe venuto di persona a pagare.

A quel punto mi resi conto che la mia distanza affettiva verso Sebastiano era grande e che fosse necessario un gesto di autenticità. L’incontro fu molto intenso, io ero emozionato perché era la prima volta che sentivo che per mantenere il legame terapeutico con il paziente era necessaria una mia self-disclosure. Prima di incontrarlo mi domandavo “come si gestisce l’identità sessuale del terapeuta nei confronti di pazienti omosessuali o eterosessuali quando vi è una esplicita richiesta di conoscerne l’orientamento?”, “quando va comunicata al paziente (il timing della disclosure)?”, “come avrebbe reagito?”, “la terapia sarebbe continuata?”, “come avrebbe cambiato il nostro legame terapeutico?”. Anche Aron (1996) dice che un terapeuta nella pratica clinica dovrebbe porsi alcune domande: «per quali pazienti è utile la self-disclosure? A che punto dell’analisi? Per quale scopo? E a proposito di quali argomenti? […]. Come si deve preparare il paziente alla self-disclosure dell’analista? […]. Che spunti ci dà il paziente sul fatto che la self-disclosure sia appropriata? Quanto dovrebbe essere spontaneo l’analista nella self-disclosure? […]. Quali precauzioni vanno prese in considerazione per proteggere il paziente dall’intrusione della self-disclosure dell’analista? […]. E l’analista come può trattare l’ansia che nasce in lui dopo aver fatto una self-disclosure? Quali sono le considerazioni etiche che vanno prese in considerazione riguardo alla self-disclosure?» (pp. 263-264). Inoltre sempre Aron considera la self-disclosure come “inevitabile” nella relazione terapeutica. Tutte queste considerazioni mi hanno persuaso infine a fare il gesto di “autenticità” (Bromberg, 2006), ovvero di non omettere una parte del Sé del terapeuta (l’orientamento sessuale) – già presente nell’interazione – che avrebbe pregiudicato difensivamente il dialogo terapeutico.

Sebastiano mi comunicò per l’ennesima volta che il motivo principale per cui aveva deciso di lasciare la terapia era perché non si sentiva pienamente compreso nella sofferenza dovuta alla sua “diversità”. A questo punto, dopo essermi assicurato che il paziente era pronto a sentire il motivo per cui ero in grado di capire la sua sofferenza, decisi di dirgli che potevo comprenderlo per due motivi: sia perché anch’io vivevo la sua stessa condizione di “diversità”, sia perché ritenevo l’omosessualità il livello più superficiale della sua sofferenza, che aveva radici ben più profonde su cui potevamo lavorare. Sicuramente, dissi, “la sua infanzia ci potrà dire qualcosa in più”.

Lingiardi e Luci (2006), sostengono che il timing dell’autorivelazione nel lavoro con pazienti omosessuali o bisessuali, può giocare un ruolo importante nell’inibire o nel facilitare il lavoro terapeutico. Essi riconoscono infatti che la possibilità di lavorare con un terapeuta apertamente gay o lesbica può essere d’aiuto, ma segnalano anche come l’orientamento sessuale del terapeuta non debba essere visto come condizione sufficiente e necessaria per la psicoterapia di un paziente gay o lesbica.

La reazione di Sebastiano fu di stupore e di curiosità, disse che un po’ lo aveva intuito e un po’ lo aveva desiderato, nel senso che, a suo modo di vedere, forse con un terapeuta gay si poteva cercare di dare un senso alla sua sofferenza e soprattutto si sarebbe sentito più libero di parlare di certi contenuti delle sue esperienze. Dopo affermò: “non si faccia illusioni, sono un paziente davvero difficile e forse il mio problema non è solamente la mia omosessualità”. Ci congedammo e io espressi l’auspicio di proseguire il lavoro, lasciandolo libero di decidere il suo eventuale ritorno. A distanza di un mese e mezzo ricevetti un suo nuovo SMS, in cui mi annunciava che dopo averci pensato aveva deciso di riprendere la terapia.

Dal ritorno di Sebastiano in terapia, il rapporto tra noi è diventato più diretto e coinvolgente. Mi racconta anche aspetti intimi delle sue avventure sessuali, non temendo più che io lo giudichi negativamente o che lo disprezzi. Dopo i racconti tuttavia rimane pensieroso, come ad aspettarsi che dietro l’avventura si celi un qualche senso che sfugge a entrambi, ma che desideriamo scoprire.

Nel corso delle sedute successive, abbiamo avuto modo di ritornare a discutere sulla self-disclosure. Sebastiano mi ha confermato che la ripresa della terapia è stata facilitata dal fatto di aver esperito che con un analista gay le difficoltà ad aprirsi e a parlare di “contenuti” pieni di vergogna sono minori rispetto a quelle cui sarebbe andato incontro in un lavoro con un terapeuta non gay. Ma come al solito ha aggiunto di non farmi illusioni perché lui è un caso grave sin dalla nascita. “Mi sento sbagliato dentro”, dice.

Nell’ultimo periodo ha ripreso a studiare, sia pur con molta fatica, perché è deciso a voler lasciare la vita religiosa e a lavorare..

La self-disclosure, a mio parere, in questo momento ha rappresentato un tentativo di riparare questa rottura del legame empatico tra paziente e terapeuta che, per timore, avevo contribuito a generare. Essa è stata un modo per mantenere il legame e continuare l’esplorazione terapeutica. Il tema assume una sua complessità: non è solo svelare l’identità sessuale del terapeuta, quanto il mantenere, come dice Bromberg (2006) «l’onestà affettiva su parti della mente del terapeuta dissociate nel campo di interazione diadica come quelle relative all’orientamento sessuale».

La Ehrenberg (1995) afferma che con i pazienti gay e lesbiche la self-disclosure dell’orientamento sessuale del terapeuta può contribuire a creare un clima emotivo favorevole all’esplorazione della loro personalità. La self-disclosure eviterebbe quindi che il paziente, per paura di essere rifiutato dall’analista, nasconda il suo orientamento sessuale e permette così di affrontare i conflitti connessi alla costruzione dell’identità di gay e lesbiche. Essa assume la dimensione normale nella relazione terapeutica complessificandola. Quindi dev’essere operata con prudenza per evitare resistenze alla terapia

Un recente sogno di Sebastiano sembra raccontare la difficoltà del procedere del lavoro terapeutico.

Il sogno

Sebastiano sogna di venire in seduta e di trovare al mio posto un altro analista, grasso e prete, che fa la seduta con dei suoi amici, una coppia sposata, che ascoltano i commenti. Nel sogno si arrabbia, si alza e va via ritenendo ingiusto fare terapia con un altro e per giunta prete.

Dopo un momento di silenzio, carico di tensione, la mia reazione al racconto del sogno è di estrema cautela. Infatti nelle sedute precedenti a ogni mio tentativo di interpretazione seguiva sempre una reazione di rifiuto o un commento sprezzante e sarcastico tipo: “È lei il terapeuta che sa tutto, io non ci capisco nulla, per me questo sogno non significa niente”. Così dopo gli attacchi verbali subìti prima di interpretare un sogno o un avvenimento lascio a lui l’iniziativa.

Gli chiedo di esprimere dei commenti o di dare una spiegazione. Al termine dei suoi commenti ed emozioni al riguardo, che sono di paura di essere abbandonato dal terapeuta e la richiesta di aiuto a comprendere il sogno, gli propongo un’ipotesi interpretativa: il sogno esprimerebbe una sua diffidenza verso il processo terapeutico.

“Lei teme di non ritrovare il suo terapeuta e al suo posto arriva un altro di cui non ha fiducia. Soprattutto in questa fase del lavoro di maggiore coinvolgimento e di positività, lei vive il legame con ambivalenza, sperimentando la paura connessa alla dipendenza, non avendo vissuto nell’infanzia un attaccamento sicuro con i suoi genitori”. Inoltre penso che la paura di essere lasciato dal terapeuta rievoca l’esperienza traumatica dell’abbandono paterno durante l’infanzia, ripetendo nel transfert negativo gli attaccamenti sofferenti instaurati con genitori non responsivi.

Dopo questo commento Sebastiano rimane in silenzio, ma sento che in qualche modo devo averlo compreso.

Nelle sedute successive la diffidenza che Sebastiano esprime sulle mie capacità terapeutiche diminuisce gradualmente di intensità grazie alla continua negoziazione rispetto alle interpretazioni dei sogni. Proprio questa co-costruzione aumenta le capacità autoriflessive del paziente. Uno dei fattori che stabilizza la relazione terapeutica infatti, come affermano Goldstein (1994) e Chrzanowski (1980), è la fiducia del paziente verso l’analista. Il livello di fiducia si mantiene quando il paziente si sente compreso (e comprende) l’analista, attraverso un processo di reciproca conoscenza e di autosvelamenti.

Gli ultimi colloqui

Sebastiano è riuscito a conseguire la laurea, ha presentato al vescovo la domanda di lasciare il sacerdozio e da quel momento è alla ricerca di un lavoro che gli consenta di affrancarsi definitivamente dall‘appartenenza alla comunità religiosa. In questo periodo i vissuti del paziente oscillano tra il desiderio di trovare una sua autonomia e la paura del fallimento, sia in ambito lavorativo, sia nella relazione con un partner. Talvolta percepisco che Sebastiano porta con sé un vissuto di vergogna, dissimulato da un’apparente arroganza, che lo paralizza rendendolo passivo. Nonostante tutto Sebastiano non si perde d’animo e valuta diverse opportunità di crescita professionale, persino distanti da Roma. Nella terapia, giunta ora alla fine del terzo anno, si incomincia così a parlare anche di questo aspetto, senza il senso di disperazione che lo assaliva dinnanzi alla rottura di un legame. Si affrontano temi prima impensabili, quali i progetti di vita, di affetto e anche di separazione e di perdita: entrambi esprimiamo reciprocamente i sentimenti ivi connessi.

Nell’ultimo incontro precedente a una mia breve vacanza annunciatagli da un mese, gli manifesto il mio dispiacere per la separazione, dicendogli che la sua libertà di vivere per mezzo di se stesso è un progresso importante e che la terapia potrà continuare, se lo vorrà, anche nella città dove eventualmente troverà una nuova sistemazione.

Al rientro dalla vacanza, Sebastiano parla della necessità di continuare l’esperienza terapeutica per un altro mese al massimo, riservandosi di decidere se continuarla in un secondo momento.

Nelle ultime sedute racconta un episodio che ritiene importante: durante un occasionale rapporto sessuale con un partner ha avuto una penetrazione in modo passivo, senza spaventarsi. egli in virtù dei suoi valori, si era sempre ripromesso di voler perdere la sua “verginità” solo allorquando avesse incontrato l’amore. Dice che mai prima di quel momento si era potuto lasciare andare nella sessualità perché si sentiva costretto in un ruolo definito. Il suo essere “attivo” faceva sì che egli controllasse con la fantasia i suoi amanti senza mai concedersi emotivamente. Adesso sente che può vivere la sessualità con meno sensi di colpa.

Rimango in silenzio. Sebastiano continua riferendomi che all’inizio della terapia percepiva i miei commenti come una penetrazione simbolica e fisica e spesso era costretto a chiudersi per proteggersi in maniera tale che, non “sentendomi”, non potessi controllarlo. Afferma che tale meccanismo di chiusura veniva da lui messo in atto con tutti, sia con gli amici, sia con i datori di lavoro, con il risultato di patire l’isolamento. Adesso sente meno paura nell’esprimere le emozioni spiacevoli e i suoi conflitti.

Mentre parla, sento che la comunicazione è diventata più distesa e fluente. Avverto la sensazione di pienezza per le tante emozioni che ho provato durante questa seduta, gli dico: “nel lavoro si ha il desiderio di essere conosciuti e di nascondersi, di essere penetrati e di penetrare (mi viene in mente una citazione di Aron sull’essere conosciuti e il conoscere) e tutto questo è sempre in gioco nell’interazione terapeutica”. E, nel dirgli questo, mi sento come in un gioco delle parti in cui al suo desiderio di fuga dal rapporto, io rispondo accettandone il rischio e ciò apre delle nuove possibilità di interazione e di esplorazione.

Nel penultimo incontro, prima delle vacanze estive, Sebastiano racconta un episodio avuto con la madre. Lui le manifesta il desiderio di trascorrere qualche giorno di vacanza nella città natale. Di contro lei gli chiede di fermarsi giusto il tempo strettamente necessario per salutare i nipoti, onde evitare che la sua rinuncia al sacerdozio si sappia in paese e che diventi un’occasione di pettegolezzo contro la famiglia, già duramente provata dagli avvenimenti del passato. Sebastiano mi dice che comprende e giustifica le ragioni della madre, la sua cultura e la protezione della famiglia d’origine rispetto al suo fallimento degli obiettivi di vita da lei desiderati (es. il sacerdozio). Al mio chiedere quali emozioni ha provato durante la telefonata, afferma di essersi sentito “libero” dall’obbligo di rivedere una famiglia in cui lui, non potendo esprimere la sua vera identità di gay e non potendo condividere i motivi dell’abbandono del sacerdozio, si sente un “fantasma”. Prova anche rabbia nei confronti della madre per l’ennesimo rifiuto delle sue scelte e di tutto quello che lui fa, ma è determinato ad andare avanti per la sua strada. Riporta queste affermazioni della madre: “con te non capisco più nulla, ogni tuo impegno non riesci a portarlo a compimento e le cose che dici la sera, la mattina cambiano… mi manderai al manicomio!”.

Gli chiedo cosa ne pensa dell’accusa di incoerenza della madre.

Sebastiano riconosce che la madre ha una qualche ragione, che lui è incoerente e non riesce mai a portare a compimento le mète che lei gli ha predeterminato. Ora, egli avverte chiaramente un conflitto tra i desideri della madre e il suo attuale cammino. Sebastiano manifesta in maniera ambivalente da un lato il desiderio di terminare la terapia vissuta come un processo di cambiamento positivo per portare a compimento il desiderio di vivere una vita integrata, ma nello stesso tempo esprime la paura, in accordo alla svalutazione materna, dell’autonomia. Dice: “forse non avrò mai la possibilità di cambiare, talvolta mi sento che devo andare fin giù nella sofferenza e nel dolore; e questo mette in dubbio i progressi che ho realizzato. In certi momenti non credo più a nulla, neanche alla terapia e vorrei lasciarmi andare… male che vada posso sempre andarmene (leggi suicidio), tanto in casa ho già due illustri esempi”. Taccio, colpito dalla violenza di questa autoaggressione e provocazione, e penso che il paziente stia vivendo un’identificazione completa con il mondo materno, che lo ha sempre rifiutato. Avverto che vi è un collegamento tra il rifiuto materno e il senso di solitudine cosmica che talvolta lo assale. Egli vive con angoscia l’approssimarsi delle vacanze, ma non fa alcun cenno alla sofferenza connessa al separarsi dal terapeuta.

Cerco di trasmettergli solidarietà per il terribile momento che sta attraversando, dichiaro la mia disapprovazione rispetto alle affermazioni della madre manifestando il mio dispiacere per frasi che lui rivolge contro se stesso, che a mio parere sono collegate a questa esperienza di rifiuto che patisce per via della madre. L’esperienza traumatica di sentirsi respinto produce delle reazioni di rabbia, sensi di colpa e disprezzo contro se stesso. Dopo queste riflessioni dico a Sebastiano: “adesso lei può lavorare sia su queste emozioni negative, regolandole in senso positivo avendole sperimentate senza andare nel caos; sia sul conflitto, reso cosciente, tra il desiderio di vivere secondo le sue possibilità e la paura di essere solo senza la protezione materna”. Sebastiano mi guarda con attenzione, in questo preciso momento sento che si è realizzato un contatto emotivo. Io verbalizzo che tale vicinanza è stata possibile anche per mezzo della self-disclosure che ha rafforzato il legame, nel momento in cui aveva manifestato l’intenzione di lasciare la terapia, e ha aumentato la fiducia per l’esplorazione dei suoi conflitti più profondi. Sebastiano è attento alle mie parole, si sente sollevato e sorride, l’ora è già finita, si alza e mi dice “allora ci vediamo lunedì prossimo”.

Nell’ultima seduta Sebastiano racconta un sogno: sogna di fare l’amore con una sua amica conoscente della palestra, di nome Simona, con la quale ha un rapporto sessuale coinvolgente che si conclude con l’orgasmo di entrambi. Subito dopo il racconto commenta: “Oddio, che schifo, magari mi sveglio etero!” con un sorriso di complicità e di provocazione, e aggiunge: “questo sogno per me non ha molto significato, forse per lei avrà un senso, ma per me è difficile da capire”. Il tono è amichevole, ma il paziente non si sofferma sul sogno. Alla mia richiesta di parlarne risponde in maniera evasiva, tentando di sviare il discorso su argomenti inerenti le sue relazioni e le sue conquiste sessuali. Al mio insistere risponde con tono ironico anticipando, a suo parere, una mia eventuale interpretazione: “Ora lei mi dirà che il sogno rappresenta il mio desiderio eterosessuale e che inconsciamente io desidero andare con una donna” e sorridendo mi guarda. Io rimango in silenzio per un po’ e poi dico: “a me sembra che il sogno rappresenti una soluzione a un suo dramma interiore: lei descrive la protagonista come una donna semplice che fa la commessa ma che affronta la vita con un piglio di sicurezza senza mai mollare. Mi pare che data la situazione della seduta precedente in cui aveva fantasticato di suicidarsi per uscire dalla sofferenza, il sogno indichi una prospettiva di sviluppo. Lei fa l’amore con un femminile forte e allegro che affronta la vita senza ritirarsi e senza disperazione. Vi è un congiungimento simbolico rappresentato dal suo fare l’amore con una donna vitale. Il sogno potrebbe esprimere più profondamente il suo desiderio di vitalità e di combattere senza arrendersi alla sofferenza e al suo star male. Mi sembra un buon segnale alla vigilia della nostra separazione prima delle vacanze. Che ne pensa?”. Sebastiano mi guarda con attenzione, quasi sorpreso della mia prospettiva sul sogno, ed esclama: “Sì, in effetti, mi pare che non sia un sogno sessuale, sono d’accordo con quanto lei ha detto, non mi voglio arrendere voglio combattere sapendo che ci saranno giornate positive e negative”.

Il clima della seduta si distende, avverto che Sebastiano è fortemente interessato a stare meglio e aggiungo dei commenti che rafforzano il nostro lavoro clinico e di ricerca. Sebastiano racconta di un incontro con un partner che gli pone due domande: “Sei mai stato innamorato? e qualcuno si è mai innamorato di te?”. Egli sente queste due domande come quelle di maggiore significato, che gli hanno arrecato maggiore sofferenza e che l’hanno spinto a venire in terapia, visto che a entrambe aveva risposto negativamente.

Così finisce la seduta, come sempre tra un suo desiderio di porsi delle domande e il mio essere presente ad accoglierle.

di Antonino Firetto

Bibliografia

Aron L. (1996). trad. it: Menti che si incontrano. Milano: Raffaello Cortina, 2004.

Beebe B.,Lachman F.M. (2002) trad.it.: Infant research e trattamento degli adulti. Milano: Raffaello Cortina,2003

Bromberg P. M. (2006). trad. it: Destare il sognatore. Milano: Raffaello Cortina, 2009.

Bromberg P. M. (1998). trad. it: Clinica del trauma e della dissociazione. Milano: Raffaello Cortina, 2007.

Chrzanowski G. (1980). Collaborative Inquiry, Affirmation and Neutrality in the Psychoanalytic Situation. Contemp. Psychoanal.,16: 348-366.

Ehrenberg D. (1995). Self-Disclosure: Therapeutic tool or indulgence? Contemp. Psychoanal. 31: 213-228.

Goldestein E.G. (1994). Self-Disclosure in treatment: What therapist do and don’t talk about. Clinical Soc. Workj., 22: 417-433.

Lingiardi V., Luci M. (2006). L’omosessualità in psicoanalisi. In: Rigliano P., Graglia M. (a cura di), Gay e lesbiche in psicoterapia. Milano: Raffaello Cortina.

Roccato P. ( 1989). La seduzione come relazione collusiva. In Saraval A., (a cura di), La seduzione. Saggi Psicoanalitici. Milano: Raffaello Cortina.

Il giorno in cui ho imparato che ero sbagliato

Il giorno in cui ho imparato che ero sbagliato

di Francesca Banti

C’è stato un giorno, tanto tempo fa, in cui per la prima volta hai pensato che eri sbagliato, che eri diverso lo sapevi già, ma fino a quel momento non era stato poi un grande problema. Però poi è successo qualcosa, magari tuo padre è rientrato in casa proprio mentre tu stavi giocando con indosso il vestito della Comunione di tua sorella e ti ha strillato, o magari quella zia ci è rimasta male quando ti ha regalato una macchinina e tu le hai risposto che non ti piaceva per niente, perché a te piaceva molto di più giocare con le bambole di tua cugina e mamma è intervenuta e ha detto che stavi scherzando. Allora hai avuto un dubbio, forte, che quelle reazioni dei tuoi genitori fossero dovute al fatto che c’era un problema e, visto che eri piccolo, l’unica cosa che hai pensato è stata che fossi tu il problema.

Ora vorrei che tu ripensassi a quel momento nella tua vita che assomiglia un po’ a questi episodi.

Vorrei che tu lo guardassi con gli occhi che hai adesso, gli occhi dell’adulto che sei diventato.

Che cosa provi?

Che cosa provi verso il bambino che sei stato?

Che cosa provi verso le persone che ti stavano intorno in quel momento?

Pensaci un attimo…

Io vorrei tanto che tu riuscissi a sentire, insieme a me, che non c’è davvero niente di sbagliato in quel bambino, in tutti quei bambini, semplicemente perché i bambini sbagliati non esistono.

E che cercassi dentro di te una tenerezza verso quel bambino, che ha fatto questo pensiero perché era piccolo, e perché quando la mente è così giovane, e nessuno ti spiega per bene quello che sta succedendo, è più semplice pensare di essere tu il problema. Risolve le cose e salva il tuo rapporto con gli altri, che è l’unica cosa che importa davvero a ogni bambino: proteggere la sua relazione con i suoi genitori perché la sua sopravvivenza dipende da loro. Vorrei che imparassi che è l’istinto primordiale di sopravvivere che fa pensare ai bambini che il problema sono loro.

Poi vorrei che guardassi in quel ricordo gli adulti che ci sono e che li guardassi con grande attenzione: cosa stavano provando in quel momento? E’ possibile che fossero spaventati? E’ possibile che, subito prima di quella faccia strana, ci sia stato un istante in cui hanno sgranato gli occhi e che un brivido di paura li abbia attraversati? Perché io credo che nella maggior parte dei casi sia successo questo.

E allora dobbiamo parlare un poco di quella paura, della paura che hanno i genitori che loro figlio sia differente dagli altri figli. Della paura che hanno di essere loro ad essere sbagliati, ad aver sbagliato qualcosa, della paura che hanno che tu possa non essere mai felice, della paura semplice e pura di qualcosa che non capiscono e che forse non vogliono neanche capire, perché li mette così tanto in difficoltà che preferiscono evitare di pensarci.

Che cosa provi oggi verso di loro e verso la loro paura?

Che cosa ne hai fatto nella tua vita di tutti questi pensieri, di tutte queste emozioni e sentimenti e di tutte quelle sensazioni fisiche?

Che conseguenze hanno nel tuo presente? E in che modo ancora ti influenzano?

Il giorno in cui ho imparato che a me piacevano le femmine, mentre alle altre piacevano i maschi

Il giorno in cui ho imparato che a me piacevano le femmine, mentre alle altre piacevano i maschi

di Francesca Banti

C’è stato un giorno, tanto tempo fa, in cui hai sentito una bambina dire a ricreazione, tutta rossa in viso, che le piaceva un bambino di un’altra classe, e tutte le bambine intorno hanno riso e avevano gli occhi che brillavano. Tu le hai guardate, poi hai guardato il bambino che stavano indicando, e hai pensato che a te non piaceva proprio per niente quel bambino, che trovavi molto più carine loro, soprattutto una di loro. E ti sei accorta che quello stesso sorriso, quel calore sulle guance e quegli occhi che brillano, a te venivano quando pensavi o guardavi quella bambina, e che non ti era mai successo guardando un maschio.
Lì per lì ti è sembrato un po’ strano, infatti non lo hai detto a nessuno, nemmeno alla tua migliore amica. Poi però hai continuato a pensarci un po’ su, perché ti sei accorta che quei discorsi le bambine della tua classe hanno iniziato a farli sempre più spesso ed è capitato che qualcuna ti chiedesse chi era secondo te il bambino più carino, e tu non sapevi proprio che rispondere; magari hai solo detto il nome del bambino che piaceva di più a tutte le altre, oppure ti sei limitata a dire che non ti piaceva nessuno.

Poi hai cominciato ad annoiarti sempre di più con le altre bambine e hai scoperto che andare a giocare a calcio con i maschi era tanto più divertente. E hai cominciato a litigare con mamma perché tu la gonna la mattina non volevi proprio metterla, era così scomoda per arrampicarsi sugli alberi e rischiavi anche di venire presa in giro se si alzava mentre correvi. E’ arrivato carnevale e mamma ti ha chiesto da che cosa volevi vestirti, tu hai risposto senza esitazione “Da Zorro!”, mamma invece ti ha comprato un vestito da principessa e tu ti sei arrabbiata.
Hai cominciato a sentirti diversa, diversa in un modo che era sbagliato, in un modo che non andava detto, in un modo che andava nascosto agli altri.
Se oggi, con gli occhi dell’adulta che sei diventata, riguardi quei momenti, che cosa provi?
Che cosa provi per la bambina che sei stata?

Io vorrei tanto che tu trovassi in te un poco di tenerezza per quella bambina e per tutte le bambine che si sono sentite sbagliate. E vorrei che provassi a dirle qualcosa, oggi, a quella bambina, vorrei che le dicessi che non si deve più nascondere e che non c’è niente di sbagliato nel fatto che le piacciano le femmine, che è una cosa naturale, che succede a tante persone. Vorrei soprattutto che le dicessi che tu le vuoi bene così com’è, che lei è perfetta così com’è. Anche se mamma e papà non sono stati contenti quando lo hanno saputo o se immagini che non saranno contenti quando finalmente riuscirai a dirglielo.
Sentirsi diversi dagli altri è tanto difficile, ancora oggi, che abbiamo una legge sulle unioni civili.

Sentirsi diversi dagli altri fa sentire fuori dal gruppo, isolati, in pericolo. E questo è un istinto antico legato alla sopravvivenza. Nei nostri geni, nella profondità del nostro inconscio, è sepolta una legge che ci dice che abbiamo più possibilità di sopravvivere se siamo all’interno di un gruppo. Quindi, quando ci sentiamo fuori dal gruppo, abbiamo questa percezione forte che ci sia qualcosa di sbagliato, che ci sia qualcosa di pericoloso e questo ci rende tristi e angosciati.

Anche se questo non è più vero oggi, anche se non è vero che sei sola, perché hai tante persone intorno a te che ti vogliono bene e, soprattutto ora che sei grande, non è vero che sei in pericolo.
Ma quella bambina, dentro di te, che si è sentita diversa e sbagliata, questa cosa non la sa e ha bisogno che tu gliela dica. Proprio ora. E che gliela ripeta, tante volte come piace ai bambini: che non è in pericolo, che non è sola, che non è poi così diversa, ma che è unica e che la sua unicità è un’infinita bellezza.

Riesci a dirglielo?